Coronavirus e intestino: cosa sta emergendo?

Coronavirus e intestino: cosa sta emergendo?

Riguardo ai sintomi legati al Covid-19 si parla molto di perdita di gusto e olfatto, di problematiche respiratorie, ma questo virus può coinvolgere anche l’apparato gastroenterico con sintomi soprattutto in fase iniziale. Il dott. Alberto Meggio, specialista gastroenterologo presso la Casa di Cura Bonvicini, fa luce su questo aspetto spiegando i risultati ottenuti da recenti studi.

Dott. Meggio, cosa sappiamo ad oggi degli effetti del virus Sars-Cov2 sull’apparato gastrointestinale?
Gli studi recenti – spiega il dott. Meggio – hanno messo in luce che: a) il virus “attaccherebbe” i recettori proteici ACE2 presenti, oltre che sull’epitelio respiratorio, anche sulla mucosa gastroenterica; b) l’RNA virale si può rilevare anche nelle feci dei pazienti infetti rendendo quindi possibile l’ipotesi d’una trasmissione oro-fecale ma comunque non elevata. Infatti, da uno studio di Wang su 205 pazienti positivi, solo il 29% presentavano campioni fecali positivi e solo un 2% dei soggetti, dopo studi su coltura, era risultato infettante (anche dopo negativizzazione del tampone orofaringeo); c) il recettore ACE2 è presente anche a livello dei dotti biliari (che possono essere quindi attaccati); d) è possibile che il danno sui tessuti dell’apparato, nei casi più gravi, sia legato anche alla tempesta infiammatoria citochinica e ipossica.

Fra i sintomi più comuni dell’infezione da Sars-Cov2 ci sono quelli legati all’apparato respiratorio, ma non manca una sintomatologia legata all’apparato gastrointestinale. Con quale frequenza il virus colpisce stomaco e intestino, dott. Meggio?
I pochi dati di letteratura a disposizione hanno evidenziato che: il 10% dei sintomi in corso di malattia da Covid-19 sono rappresentati da sintomi gastroenterici (per lo più diarrea, meno da nausea e vomito): all’esordio o poco prima dei sintomi respiratori; quindi in questo momento pandemico quando un soggetto presenta questo quadro clinico, prima di ipotizzare una patologia acuta a carico dell’apparato digerente, è opportuno pensare a questa eventualità. Inoltre, il 14 – 53% dei pazienti presenta alterazione di indici di citolisi epatica e riduzione dell’albuminemia, ma per lo più accade nei pazienti gravi/ricoverati. Sono stati descritti casi di coliti emorragiche in corso di infezione Covid.

Il virus può provocare danni al microbiota intestinale? E un microbiota in buona salute può a sua volta rappresentare un valido aiuto nello stimolare una risposta immunitaria all’infezione?
Numerosi studi hanno valutato possibili variazioni del microbiota intestinale in relazione all’infezione da Covid-19. Pur in mancanza di prove cliniche dirette si ipotizza che una modulazione del microbiota intestinale potrebbe svolgere un ruolo terapeutico nel trattamento del Covid-19 e quindi si presume che il targeting del microbiota intestinale possa essere una scelta terapeutica adiuvante. All’inizio di febbraio, le raccomandazioni istituite dalla Commissione Nazionale per la salute cinese e dalla National Administration of Traditional Chinese Medicine ha raccomandato che nel trattamento di pazienti con grave infezione da Covid-19, i probiotici potevano essere utilizzati per regolare l’equilibrio del microbiota intestinale e prevenire un’infezione batterica secondaria in corso di l’infezione Covid-19. I dati fino al momento raccolti evidenzierebbero, in presenza di questa patologia virale, una riduzione del pool dei Lattobacilli e dei Bifidobatteri. Sono tuttavia ovviamente necessarie ulteriori indagini su casistiche più ampie di pazienti.

Più in generale, quali effetti ha provocato la pandemia sull’attività gastroenterologica?
Il Consiglio direttivo Fismad, che raggruppa le principali società scientifiche gastroenterologiche ed endoscopiche, ha elaborato in merito dei documenti di posizione che sono stati recepiti dall’Istituto Superiore di Sanità, rilevando le criticità del momento. In particolare, è merso che da marzo a maggio 2020 la pressione da Covid-19 sul Sistema sanitario nazionale ha pesato in modo preoccupante sulla prevenzione del cancro colorettale, con un calo del 54,9% nello screening preventivo (585.287 esami in meno) ed un ritardo nell’effettuazione degli esami endoscopici relativi a questa campagna. L’epidemia ha comportato del resto una necessaria riorganizzazione dei servizi nei sistemi sanitari regionali per il prevalere dell’emergenza sanitaria in atto. L’osservatorio nazionale screening (ONS) e le società scientifiche gastroenterologiche stanno comunque cercando di operare anche in quest’ambito una “ripartenza” sempre che persistano le condizioni per continuare a fornire il servizio di screening su tutto il territorio nazionale. Questo consiste in sostanza nel portare a compimento l’iter diagnostico di secondo livello nelle persone positive al test di primo livello (test del sangue occulto sulle feci). È importante considerare che una delle condizioni su cui si basa l’effettivo funzionamento di un programma di screening è che ci sia la possibilità di trattare in modo tempestivo tutti i casi positivi individuati alla colonscopia, in particolare garantire l’accesso alla chirurgia, condizione che in alcune realtà è messa in discussione dalle necessità delle strutture sanitarie in emergenza. A seconda dello scenario che l’emergenza COVID-19 potrebbe definire nell’immediato futuro, andrà considerato se persisteranno le condizioni per continuare a fornire il servizio di screening su tutto il territorio nazionale.

Anche sull’endoscopia digestiva, la pandemia ha avuto effetti diretti?
L’endoscopia digestiva (sia del tratto superiore che inferiore) è considerata una procedura a rischio di trasmissione del virus al personale sanitario ma pure viceversa anche per la presenza di casi asintomatici. La contaminazione ben documentata mediante procedure generanti aerosol rende possibile la trasmissione oro-fecale e di conseguenza sono a rischio le procedure endoscopiche delle vie alte nonché, per la possibile presenza del virus nelle feci per diversi giorni, anche dopo negativizzazione dei tamponi, è possibile la trasmissione oro-fecale durante la colonscopia. Nel periodo pandemico è quindi stata consigliata la sospensione dell’attività ambulatoriale ordinaria, limitando gli accessi alle urgenze non differibili, alle priorità brevi e ai pazienti oncologici.

Più in particolare, in questi mesi, ha notato possibili effetti della pandemia sui suoi pazienti?
Beh, sì. In una certa percentuale di soggetti il racconto racchiude frasi come: “dall’inizio dell’isolamento ho notato…”, “da quando non esco più e ho ridotto l’attività fisica mi sta capitando…”. La mia sensazione, che andrà poi confermata da risultati più corposi sui quali ci confronteremo tra specialisti, potrebbe riguardare il fatto che l’aumentato disagio psicologico secondario a questo momento mai vissuto prima sarebbe in grado di peggiorare quadri patologici noti che noi gastroenterologi chiamiamo “funzionali”, tipo le sindromi dell’intestino irritabile, dispeptiche e da reflusso gastroesofageo (riferito spesso impropriamente come “gastrite”). In aggiunta, assisto a una maggiore richiesta d’intervento da parte di giovani/giovanissimi. Di queste sensazioni esistono già dei dati. Per quanto riguarda ragazzi e ragazze, uno studio effettuato al Gaslini di Genova ha rilevato anche un aumento di disturbi da somatizzazione gastroenterica. Per ciò che concerne invece gli adulti, partendo dalla ben nota reciproca influenza tra cervello e intestino, i fisiopatologi in associazione agli psichiatri ritengono che in situazioni di allerta o tensione troppo lunghi come il presente, i pazienti possano “cadere” nell’ipocondria. Questa è intesa come un’associazione d’ansia e preoccupazione la quale se in condizioni di “normalità” rappresenta un valido mezzo di difesa (cruciale per condurre progetti di prevenzione e screening), in condizioni eccezionali (come l’attuale pandemia) può diventare patologica. Mi ha colpito in proposito un recente titolo di giornale: “gli effetti della pandemia emozionale”. Il capo della società italiana di neuropsicofarmacologia stima che in questo periodo i sintomi della depressione nella popolazione siano quintuplicati.

Quali scenari per la fase attuale e il futuro?
Nella fase 2 (ed attuale) dell’epidemia va considerato il differente contesto regionale, che determina focolai di grande intensità rispetto a zone con pochi casi. Tuttavia anche qualora si verificasse una diminuzione progressiva dei contagi questa situazione non corrisponderà alla scomparsa del rischio di diffusione e la necessità di riprendere l’attività clinico/endoscopica richiederà quindi una precisa programmazione, comprendente adeguate misure di sicurezza per il personale sanitario e per i pazienti.